Giovanni, Giona e la Gibigiana

Ago, 2024

I riflessi di luce del duo Boscolo/Rossetto in mostra con artèsello.

Testo a cura di Giuliana Valentinis.
Lo scatolino – n.43 – pag.31.

Giovanni Boscolo e Giona Rossetto hanno esordito  prima dei vent’anni e hanno instaurato una collaborazione che continua nel tempo sulla base del comune interesse per la luce, analizzata e riprodotta nei suoi diversi fenomeni e anche studiata in seguito nei suoi aspetti teorici. Una passione precoce, la loro, che sorprendentemente ha segnato sin dall’inizio un percorso artistico molto coerente, pur se aperto a una sperimentazione multimediale ad ampio spettro. Quindi la fascinazione di giochi di specchi, trasparenze, riflessi sull’acqua (anche acustici, a volte sono le vibrazioni di una fonte sonora a dar vita agli effetti luminosi), rifrazioni, iridescenze. D’altra parte, entrambi con la luce hanno a che fare già prima di iniziare gli studi, (liceo artistico Sello per ambedue, laurea conseguita di recente a Venezia, allo IUAV Boscolo e all’Accademia Rossetto, con una tesi in collaborazione): Giona osserva e fotografa le acque della laguna di Marano su cui si affaccia la sua casa, Giovanni acquista molto presto, sull’esempio del padre, una grande familiarità con la fotografia che potrà approfondire negli anni del liceo anche con Stefano Tubaro, grande architetto di spazi luminosi. I due partecipano insieme, attraverso la scuola, a un concorso esterno e cominciano a scambiarsi foto, osservazioni, note tecniche, idee e spunti. Una sorta di gioco tra di loro, ma da cosa nasce cosa, recita il titolo di un famoso libro di Bruno Munari, autore molto amato e frequentato dai due ragazzi . A vent’anni la prima opera importante, un concorso nazionale in cui si qualificano al terzo posto con un’installazione sonora. Pur lavorando solo con onde acustiche, mostrano già di raggiungere quello che sarà l’obiettivo di tutti i loro lavori: facendo ricorso sia all’analogico che al digitale, creare uno spazio, sonoro in questa prima prova, multimediale nelle opere successive, in cui l’osservatore – direi quasi lo spettatore perché in fondo si tratta dai una sorta di spettacolo – viene catturato e diventa egli stesso attore. Questo aspetto si sviluppa ulteriormente in un’installazione, Anima, che presentano nel 2021 a Marano nell’ambito della rassegna [A] Arte tra le calli.
Si entra in una stanza buia di una casa abbandonata del borgo e si accende una forma circolare rotante che produce dei riflessi argentati creati da una luce quasi lunare, mentre si diffonde una musica straniata e straniante che non fa da sottofondo, ma è elemento costitutivo dell’opera stessa. L’atmosfera è quanto mai suggestiva e traspone chi osserva in uno spazio e in un tempo (il movimento origina un divenire e quindi un tempo) onirico e remoto, uno spazio altro, separato da ciò che sta fuori e dalla vita ordinaria.
Il proposito dichiarato di tradurre in una forma ciò (l’anima) che è di per se stesso indefinibile per natura potrebbe sembrare ambizioso e forse un po’ingenuo, se non fosse riferito a un’opera così complessa e nella sua essenza profondamente classica, dal momento che la forma, anche nel movimento, è sempre controllata.
In sintesi, gli effetti sonori e visivi nascono, anche in altri lavori (spesso lo si scopre dopo), da una elaborazione digitale dei suoni prodotti dai passi e dalle voci di chi entra in uno spazio buio, in cui si crea una sorta di lanterna magica tridimensionale che si accende e accade soltanto in quanto attivata dall’ingresso dell’osservatore. Quindi la performance è soggettiva, chi commenta a voce bassa ascolterà un suono diverso da chi grida o fa entrare, aprendo la porta, un rumore esterno, e così via.
Una fruizione di questo tipo induce il visitatore a soffermarsi da solo – si è visto che ogni singola esperienza è diversa dalle altre – a contemplare un elemento primario, sia esso raggio di luce, suono o acqua, e a considerarne la complessità e la fragilità.
In Incontro, installazione legata alla comune tesi di laurea in cui sono in qualche modo confluite diverse esperienze maturate negli anni, sono riusciti, attraverso un meccanismo molto complesso e articolato, a proiettare sul soffitto di un palazzo veneziano  la gibigianna o gibigiana, il riflesso che il verde dell’acqua, per effetto di un determinato angolo di incidenza della luce del sole, produce sulle pietre dei palazzi che si affacciano sui canali. A Venezia il fenomeno viene indicato anche con il termine marantega (strega, Befana), che indica come un tempo il fenomeno venisse percepito come un prodigio, un’apparizione soprannaturale che suscita stupore.
Questa operazione così raffinata sottolinea la preziosità e se si vuole anche la fragilità dell’ambiente circostante (Venezia, i palazzi la laguna) ma il tema viene solo accennato con estrema leggerezza tramite un sottile nesso allusivo, e quindi facendo ricorso al solo linguaggio dell’arte, senza appesantire il messaggio con dichiarazioni troppo esplicite.
In Tre passi dalla luce, mostra che si è tenuta di recente a cura di artèsello  presso la libreria Tarantola di Udine, le immagini vengono proiettate su un’intera parete. Le figure quindi sono grandissime e questa volta ferme, la sospensione e la suggestione dell’atmosfera sono create da un meccanismo meno complicato che consente di capire meglio, per una precisa scelta degli autori, il processo che sta dietro, ma si aggiunge un elemento nuovo, il colore, realizzato con l’inserimento di pellicole trasparenti che vengono sovrapposte al gioco degli specchi appositamente assemblati; le tonalità che ne risultano sono liquide e vi si può cogliere un accenno alla costante dell’acqua, oltre che la lezione dei grandi maestri veneziani del Novecento, uno per tutti Santomaso. Tre passi dalla luce è la giusta distanza da cui guardarle.
Nell’oscurità si stagliano delle figure, al solito chi guarda è stimolato a tenere uno sguardo attivo, nel senso che le immagini, come macchie di Rorschach, vengono concepite da ciascuno in modo differente, ballerine angeli animali alati, ma da tutti viene percepita la plasticità della luce che dà vita a corpi che appaiono fermati in un punto del loro movimento. E ancora la luce diventa creazione, una sorta di arché, il principio primo dell’universo che i filosofi presocratici identificavano con gli elementi primari. Un altro modo in cui il riflesso può diventare riflessione.

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